Indiscrezioni I: La Ballata di Buster Scruggs

“Indiscrezioni” è l’ennesima rubrica a cadenza aleatoria, questa volta dedicata al cinema, che curerò tra una recensione per “Idiosincrasie” e il logorio della vita moderna. Vale, per le valutazioni personali, quanto detto nella succitata rubrica.

Locandina del film

Il genere western, si sa, nel nostro Paese ha sempre avuto un certo fascino cinematografico. Inutile sprecare righe tediose sugli innumerevoli esempi da portare a sostegno di questa tesi: siamo tutti cresciuti e vaccinati per aver visto almeno una volta nella vita un film di tale narrativa, nostrano e non. Quello che – nelle sue più antiquate rappresentazioni – non era nient’altro che un genere (l’ennesimo) di propaganda della cultura americana, portatemi argomenti in contrario, con gli anni si è trasformato in una occasione per rimestare tecniche, argomenti e idee del cinema stesso, e anche in tentativi meno riusciti oltremodo imbarazzanti.

Alta levatura si è data anche nella storia del nostro cinema a quelli che una volta venivano definiti “film a episodi”, di cui i registi italiani e in particolar modo i neorealisti hanno saputo elevare un concetto ancora aspro di serializzazione prima ancora dell’avvento delle tanto care piattaforme di streaming odierne. The Ballad of Buster Scruggs risulta quindi essere, per gli intenti di Netflix, distributore della pellicola, e per i fratelli Coen, che con gli stereotipi e archetipi del cinema hanno fatto il bello e il bruttissimo tempo, un’occasione ghiotta e una buona opportunità di monetizzazione unendo i loro marchi di fabbrica.

Non sono un esperto di cinema, non ho mai avuto intenzione di esserlo. Eppure considero il cinema una delle arti in cui anche il più misero stronzo – come il sottoscritto – può trovare cinque minuti di tempo da sprecare per dire se un film gli sia piaciuto o meno. Il cinema consiste anzitutto nel creare un rapporto empatico con l’osservatore: non si tratta di raggiungere la catarsi o di sperimentare tentativi di mimesis tanto cari alla tragedia, né di trasmettere messaggi politici o sociali. (Attenzione: sono comunque importanti nelle intenzioni di chi dirige e ogni pellicola ha un obiettivo diverso) Fare cinema significa essenzialmente, alla radice del discorso, dare emozioni: terrorizzare i propri spettatori con le riprese di un treno in corsa, disgustare per mezzo di un occhio di bue bollito tagliato da un rasoio, far scaldare il cuore con (tante, forse troppe, ma mai abbastanza) scene d’amore e baci appassionati… La verità è sempre è solo una: se la ripresa del momento suscita un sentimento genuino in noi allora quello – a mio parere – è un buon film senza mezzi termini.

Così la pensano, spero!, i fratelli Coen piazzando come primo episodio di questo spezzatino di film l’episodio che dà il nome a tutta la pellicola: non si può fare a meno di canticchiare i motivetti country dell’Usignolo vestito di bianco e dedito alla violenza più inaudita, come da canone del Selvaggio West, ricordandoci che se in Paradiso non ci sono saloon dove poter giocare a poker in santa pace che senso ha avuto vivere di tanta spregiudicatezza? O come non poter sorridere alle disgrazie del cowboy interpretato da James Franco in Near Algodones riservandoci qualche attimo di ilarità tra un’impiccagione e l’altra? Potremmo considerarci dei bravi cristiani provando compassione di fronte all’Ozymandias di Shelley recitato dal povero storpio Harrison e nutrendo un odio profondo per l’infame impresario dedito a prostitute e affari di bassa lega reso da Liam Neeson?

L’intento di ribaltare i canoni del genere non è una sorpresa, guardando un film dei Fratelli Coen: siamo ormai abituati ai loro divertissement più o meno riusciti lungo la loro decennale carriera. Ma non è questo il punto. Potrei tediarvi ancora dicendo come All Gold Canyon sia una meravigliosa metafora del tramonto della vita dell’uomo, che rifugge civiltà e anche l’agognato riposo della vecchiaia per il più concreto e soddisfancente oro, di come The Gal Who Got Rattled (ahimé!) non mi ha lasciato nulla se non un senso di fastidio non indifferente di fronte la stupidità della protagonista e del riuscitissimo gioco di mistero intorno a tutto The Mortal Remains come passaggio “oltre lo Stige” dei cinque passeggeri della carovana verso Fort Morgan.

Forse per impossibilità data dal budget (dubito), o per scelta dell’ultimo minuto di produzione e distribuzione (ancor più dubbiosa), o forse ancora (anzi, quasi certamente) l’ennesimo scherzo dei due registi a danno di noi poveri e comuni appasionati di cinema, quella che doveva essere la serie TV Netflix diretta dai Fratelli Coen è stata resa una genuina pellicola omaggio a un genere che negli ultimi anni ha trovato la ribalta più per interessi di mercato che per rivalutazione dei canoni estetici, ma che se usato dalle mani giuste può lasciare qualche attimo di meravigliosa meraviglia concentrate in un susseguirsi di eventi fuori dalle difficoltà della vita di tutti i giorni. Il cinema è questo, The Ballad of Buster Scruggs lo ricorda perfettamente.

Voto: Alpha

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Idiosincrasie I: Bartleby lo scrivano, Una storia di Wall Street

“Idiosincrasie” è uno scherzo della natura concepito dal mio cervello per dare opinioni non richieste su narrativa più o meno famosa e possibilmente in tempi brevi di lettura, per voi, e di scrittura, per il qui presente. I voti ricalcano le classificazioni degli esseri umani presenti nel romanzo di Aldous Huxley “Il Mondo Nuovo”; in ordine decrescente abbiamo Alpha++, Alpha+, Beta, Gamma, Delta ed Epsilon. Mi prendo la briga di aggiungere un ulteriore “voto”, Omega, per rimarchevoli opere che se non avete ancora letto beh: peggio per voi.

Link IBS

Parlare nei tempi attuali di Melville come uno dei più importanti e influenti scrittori della letteratura americana è una presa per il culo. Più che per i nostri salotti culturali, per la povera fortuna del nostro e della povera vita da disgraziato che dovette subire nel cercare di divenire il Laurence Sterne statunitense. In Bartleby, tuttavia, non troverete digressioni sulle tipologie di caccia, i metodi di conservazione della carne né tantomento l’opera omnia oceanografica su vita morte e miracoli dei cetacei. Diciamo, per onestà, che non troverete nulla che lo si possa anche minimamente affiancare al Moby Dick; storie e intenti di questo racconto sono tutt’altre e – ahinoi! – non sono date conoscerci se non ipotizzando qualcosa.

Trovo molto suggestiva l’interpretazione “satirica” sulle conseguenze della disobbedienza civile di Thoreau ma che, trattandosi di ipotesi, rimane amara consolazione di chi prova a leggere con dignità simbolica. Avrei preferenza di non dilungarmi troppo sulla trama, dal momento che ho già anticipato metà della sua essenza per chi non ha mai letto questo piccolo capolavoro di un autore spesso bistrattato con colossal hollywoodiani sulla feroce vita delle balene albine.

Al di là delle “narrazioni” tematiche, delle ipotesi, e dei collegamenti pretestuosi a un percorso autobiografico tra le righe dell’opera, Bartleby lo scrivano rimane e rimarrà a lungo una fotografia sincera del pazzo pazzo mondo che è lo spaccato della società americana, da un punto di vista audace e meraviglioso, come solo Melville era capace di rendere.

Voto: Alpha+

Prossimamente, su questo canale:

  • Il buon soldato Sc’veik
  • Nel nome di Ishmael
  • Tito di Gormenghast

Kaironauta I: Lauto referenziale

Mi cibo dei cadaveri delle speranze passate e illusioni future. Ogni volta che muore una piccola parte di me, non è solo il mio io, il mio carattere o la mia personalità a mutare. È l’ennesima deviazione degli eventi cui non mi è dato sapere nulla. Non ho più memoria. Il tutto si limita a ipostatizzazioni delle mie conquiste – la lettura, la musica, il senso d’onnipotenza leggendo di mistici tedeschi e di uomini di Marte -, ma la creatività dov’era che sta di casa? Sarebbe stato più semplice continuare una vita da farlocco garçonniere sparando aneddoti e aforismi, sineddoche di una cultura che non sento più mia. Leggere è da falliti, scrivere è da falliti, il pensiero lucido e super partes è prova tangibile che i requisiti del proprio CV sono tutti da scartare e deridere. Un sorriso, un “le faremo sapere”, un vaffanculo stretto tra i denti e via. Mai perdere la propria eleganza nell’imprecare. Bestemmiare anche la più misera parte dell’alto dei Cieli, perché ti ha dato tutto, sotto le mentite spoglie di uno slogan chiamato libero arbitrio: come dare in regalo un reattore da costruire comodamente e personalmente senza competenza alcuna, senza istruzioni, e qualora esistessero sono scritte in accadico. Dall’altro lato, persone che non ricercano la buona volontà del consenso bensì l’acclamazione per rutti e peti mentali. Il compiacimento di sentirsi formica tra le cicale, perché fare il cioccolatino tra la merda è da dilettanti: essere una merda nella cioccolata dona quel senso di vomito che ti riporta a ricordare che in fin dei conti siamo tutti vivi per una pura e goliardica statistica. Tanto vale urinare sull’architrave del Creato, sull’Axis Mundi, piuttosto che averne amore e cura.

Sono stanco.

Stanco di questa lotta tra poveri, ricchi, bianchi, negri, rossi, gialli, uomini, donne, trans, gay, lesbiche, queer, comunisti, fascisti, fascisti del Terzo Millennio, rossobruni, europeisti, sovranisti, luminari della scienza e piazzisti dell’Essere. Ho finito gli aggettivi, o forse mi sono limitato consciamente. A dovervi elencare uno per uno, sei sette miliardi di bravi cristiani, per categorie accidenti sostanze e anime, scoprirete che l’unica che dovreste combattere è quella contro voi stessi. Contro i contenuti di cui vi decorate il petto, come medaglie altrui comprate in qualche mercatino dell’usato. Non badate agli altri, non badate all’altro, non badate a me.

Io combatto contro la mia saprofagia.

La Grande Macchia Rossa

– ovvero “Una lunga sequela di morti” –

[Ancora grazie a Elianto. Forse per protagonismo o per empatia, ho cercato di rispondere a questo.]

Io, il diciott’anni, l’ho festeggiato tre volte:

La terza volta fu questione familiare. Una pizza, un tiramisù, un giro per Amantea e poi a casa a dormire.
La seconda volta fu tra amici. Una pizza, una birra, un falò (o un autodafé) e uno spaesamento che neanche un rito orgiastico.
La prima volta fu con i compagni di classe. Era l’8 giugno. Cuochi brasiliani e argentini a cucinare la carne come solo loro sanno fare, musica mandata da un dj che come scusa per provarci con tutte diceva di essere un mio cugino di secondo grado, “Meravigliosa Creatura” messa dopo aver soffiato le candeline, bottiglia di Heineken da sei litri (sei, litri. Ora raccoglie la polvere in un angolo della soffitta di casa a Castrolibero, più o meno come tutta la roba non buttata e raccolta del mio passato) e le ballerine, una russa e l’altra rumena.

Ripensandoci, a meno di un mese dal mio venticinquesimo compleanno (sette anni fa, un litro in più nella bottiglia), ho dato inavvertitamente spunto a Sorrentino per Jep Gambardella. Arrivato alla maggiore età, con l’idea dell’università pronta a esplodere in testa – la decisione sicura, matematica, verrà poi condensata sminuzzata e dilaniata da ciò che più di grottesco possa essere definito come “passaggio di corso di laurea”: filosofia – e una sensazione di libertà dettata dal codice penale, la mia vita era legalmente in mano mia.

Io non volevo diventare – con quella baldoria – il re delle feste: cercavo la volontà di decidere a quale andare.

Tra gli invitati c’era lei: tre anni compagni di banco alle medie; una lista di ex, amanti e semplici incontri casuali che ancora ricordo a memoria; il bigliettino “Tu, per me, sei come una sorella” così criptico da buttarlo direttamente nel cestino della spazzatura dell’aula di terza C. Il suo numero di telefono è svanito nella mia mente come il volto di mio nonno sorridente a un’altra mia festa di compleanno: quella dei due anni. Mi tiene in braccio, mi bacia la guancia e indica la telecamera dicendo “Saluta a mamma!”

L’anno dopo morirà per insufficienza polmonare: i fuochi, i fumi, la sabbia di El-Alamein; l’ombra di una guerra che non è mai svanita nella generazione che ha ricostruito – malamente – il mondo venuto dopo.

L’anno dopo gli esami di stato, zia Felicetta a letto delirante: 97 anni, un femore dilaniato per rincorrere il cane con il battipanni e un marito disperso fra la neve di Stalingrado. Nel mezzo Francesco e la leucemia; lei che stenta a ritornare da Fabio – il terzultimo della lista – e il suo nuovo ragazzo – l’ultimo della lista. Il penultimo, casualmente, ero io.

Mia madre e il tentativo di ritornare alla vita di tutti i giorni, con un componente della famiglia in meno: Pisa poteva aspettare.

Alle medie ero il ciccione, il “è intelligente, ma non si applica (a sottostare alle decisioni opinabili dei professori)”, il bullo e quello a cui chiedere il passaggio del compito di matematica. Al liceo ero il ciccione, il secchione, il rappresentante di classe, l’autistico, l’asociale.

Sei anni dopo – in piazza dei Cavalieri – Tu poggi la testa sulle mie gambe.

All’università ero “Garcia” e l’autistico. All’università sono “Garcia”, l’autistico, il filosofo, l’esterno da buttar fuori come gli algerini dall’Italia. Poco hai a che fare con loro, anche se hai passato tre anni della tua vita lì dentro: pochi sono coloro cui non frega un cazzo di nulla. Potevo passare anche ad agraria, era solo un pretesto per farsi due risate per prendersi per il culo innocentemente.

In piazza dei Cavalieri Tu poggi la testa sulle mie gambe: l’asteroide, la singolarità spazio-temporale, il Big Crunch del mio microcosmo coriaceo, creato in ventiquattro anni di vita.

Sei mesi dopo dormiamo assieme a casa Tua. Sogno di essere un astronauta che orbita intorno a Giove senza un apparente motivo logico: come in Gravity, ma con meno effetti speciali e più sincero.

Improvvisamente il mio moto di rivoluzione si frena, e la gravità tanto cara a Newton mi spinge verso la superficie del pianeta. Davanti a me, la Grande Macchia Rossa. Tre volte la Terra, io non so nemmeno – sensibilmente – quanto sia grande la Terra, mi attira a sé e non c’è modo di scampare alle invalicabili leggi della fisica a meno che tu non sia in un film di fantascienza. Il rosso dell’uragano secolare sovrasta il mio campo visivo, la tuta si surriscalda, l’ossigeno sta finendo. “Bel modo di morire. Bella merda!” sono le mie ultime parole a una stazione spaziale da cui non ricevo risposta: “Andatevene a cagare tutti quanti, con affetto: se non fosse stato per voi sarei morto d’infarto mentre aggiustavo marmitte di motociclette degli anni ’50: salutatemi le vostre madri”.

Mancano venticinque giorni al mio venticinquesimo compleanno. Dopo il sogno mi sveglio di scatto, dormivo supino – io dormo sempre di lato. Mi giro verso di Te, bella e immensa e spettacolare e secolare e letale per me come la Grande Macchia Rossa di Giove. Mancano venticinque giorni al mio venticinquesimo compleanno, e Tu in sei mesi ne hai condensato ventiquattro in poche parole, a discapito dei litigi, delle difficoltà: “Il Paradiso dei nostri silenzi, l’Inferno dei nostri baci”.

Anche di fronte alle tempeste di Giove, la luce solare continua a splendere. Anche di fronte ai silenzi, le voci continuano a sostenerti. Anche di fronte al labirinto dei ricordi, la presenza del nostro rapporto mi ricorda che ho perso ventiquattro chili e guadagnato milioni di chilometri tra i nostri corpi uniti proiettati verso il cielo. Anche di fronte al buio della morte che gli eoni ci protrarranno quando non saremo altro che pulviscolo perso tra le rovine siderali della civiltà umana, il nostro incontrarci sarà per sempre la rivoluzione copernicana della Nostra Civiltà.

Dopo sette anni, e una donna esorbitante al mio fianco, ho scoperto un fatto non banale: l’Heineken mi fa schifo.