L’Attore Sociale – Prologo

Nessuna luce illumina la sala. L’assenza totale di visibilità abbraccia la scena. A stento si percepisce un leggero respiro.

Voi non sapete.

Un faro illumina di colpo il centro del palco e il volto dell’uomo. Calvo, con un paio di baffi bianchi ingialliti dalle innumerevoli sigarette fumate in vita. Esita per un attimo, abituato oramai al buio totale del teatro; si strofina gli occhi, tira in su col naso e riprende a parlare. La sua voce ha un piglio particolare, da speaker radiofonico stanco di dover passare l’ennesimo pezzo da “pietra miliare” quando in realtà è l’ennesima band di ventenni fuoriusciti per miracolo dall’università convinti che per questioni anagrafiche possono ancora portare il mondo alla salvezza con la loro cultura e la loro gioia di vivere (o voglia di morire, dipende dall’ideologia di base) come se nessuno prima di loro fosse stato capace o fosse esistito nell’intero Creato.

Voi non sapete. A esser sinceri non so nemmeno io, altrimenti non starei qui a parlare con voi. Se sapessi, per questa mia natura onnisciente, non starei qui. Quindi presumiamo che sappiamo parzialmente le cose da una parte e dall’altra e continuiamo con lo spettacolo.

Tossisce, si asciuga il sudore sulla fronte con la manica della camicia.

Lo so, non è il migliore degli inizi. Qualcuno potrebbe obiettare <<Ha impiegato quindici anni della sua vita per scrivere questa roba e ora dice di non sapere nulla? Rivoglio indietro i soldi del biglietto!>>. Ma non potete!!! E lo sapete bene: in realtà non sapete altrimenti non sareste qui, e su questo vedo che siamo tutti d’accordo; in secondo luogo, non avete pagato un bel niente per venire qui a teatro oggi. Ma su questo ci torniamo più avanti.

Si avvicina al bordo del palco e si siede, scrutando la platea.

È davvero difficile poter raccontare qualcosa. Ancor più difficile cercare di inventarsela di sana pianta. Ulteriore complicazione è trovare un filo conduttore tale da non annoiare il pubblico ed estrema conseguenza di tutte queste complicazioni e difficoltà è l’assoluta certezza che tutto ciò che vi dirò oggi sarà scomparso dalle vostre menti non appena vi sveglierete domani mattina o poco prima di addormentarvi. Ma io veramente voglio raccontare qualcosa a voi. Raccontare, il poter parlare con qualcuno anche della configurazione delle foglie di tè nella vostra tazza o il modo in cui un cucchiaio vi riporti alla mente il vostro viaggio sul Delta del Nilo, la possibilità di poter condividere e la speranza di riuscire a trasmettere le vostre più strane emozioni in ciò che narrate a chi vi ascolta è l’incredibile strumento che abbiamo per confrontarci, per sapere chi siamo noi e chi sono gli altri. Ma siamo pigri. Pretendiamo che come capiamo noi stessi possiamo capire gli altri e gli altri possano capirci come facciamo noi e viceversa, senza il minimo sforzo dialettico, senza il minimo cenno a un dialogo che possa partire anche dal più semplice e dal più banale “Come va?” o “Serve qualcosa?” o “Tutto bene?”. Siamo pigri perché la nostra pigrizia l’abbiamo acquisita dai nostri genitori, che dopo la guerra – fatta dai loro, di genitori – si son ritrovati a dover rimettere a posto camere da letto grandi quanto Dresda, per poi sedersi sul divano del soggiorno e dire <<Io, per i prossimi mesi, non voglio fare più un cazzo!>>. Io sono qui oggi perché sono artefice, vittima e attore di questa pigrizia. Ne ho pagate le conseguenze in tutta la mia vita e anche voi, in misura maggiore o minore alla mia, lo siete stati. Perché? Perché altrimenti non sareste qui, con me, a condividere la storia di un imbecille come tanti che ha trovato il coraggio di instaurare un rapporto con tutti voi non chiedendovi cosa avete mangiato a colazione o con chi avete scopato prima di tornare a casa dalla vostra famiglia per pranzo ma raccontando come è stato talmente sciocco da rovinarsi la vita. Semplicemente perché non chiedeva. Osservava. <<Tre quarti di percezioni sensibili donati da millenni di evoluzione genetica, culturale e biologica buttati nella spazzatura per ritrovarsi ora qui, seduto su un palco, a raccontare di uno stronzo e di come non fosse in grado di comunicare! E a me cosa può fregarmene di come lui non sappia comunicare?>>.

Si rialza, lamentandosi, girando le spalle alla platea per ritornare al centro del palco e girarsi nuovamente. Inizia a sorridere.

Voi non sapete. Noi, non sappiamo. Anche questa mia parte è un feticcio, un palliativo, ma nella vita reale non sarei capace neanche di respirare di fronte a voi, per umiltà o per superbia. La volete sentire una storia, e poi vi porto tutti al bar di fronte il teatro a prendere qualcosa da bere? Offro io, chiaro. Allora iniziamo, e mentre racconto voglio vedervi tutti in faccia! Voglio ogni singolo sguardo rivolto verso di me! Ogni espressione: sorrisi, disgusti, ammiccamenti con il vicino di posto, palpate sotto banco per distrarsi un attimo. Voglio tutto questo al ritmo spastico che le mie parole scandiranno per questo breve, inutile tempo delle nostre vite. Un attimo in cui potrò raccontarvi di come io sono rimasto solo, per colpa della mia stupida pigrizia; un attimo in cui non mi sentirò più così perché avrò tanti amici come voi che ascolteranno le mie parole e avranno dopo altre parole di conforto, per me e altri in questo luogo. Voglio vedervi tutti, tutti, tutti!!! Accendete tutte le luci!!! ADESSO!!!

Si accendono le luci, che illuminano un teatro completamente vuoto.

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