“Forse è troppo tardi per morire”

Tutti i litigi, tutti i silenzi; ogni bacio e ogni carezza; i giorni interminabili passati assieme durante la giovinezza; le settimane di isolamento per un lavoro o per un viaggio all’esterno. Tutte queste cose ci hanno sempre riportato al punto di partenza: quando, stanca ormai di camminare, ci sedemmo sulla scalinata della chiesa e poggiasti la tua testa su di me, per riposare. Un bacio, e una vita portata avanti con l’assoluta certezza che neanche un’invasione o una pioggia potessero scalfire le emozioni esplose da quella notte.

Sono passati da allora sessant’anni, tre mesi, dieci giorni, quattro minuti e sedici secondi. Diciassette, diciotto, diciannove, venti…

Il Protocollo di Archiviazione Mentale è un’arma a doppio taglio: preserva le capacità mentali di persone che si sono distinte sul pianeta per innovazioni nel campo scientifico e non, dall’altra annulla tutto l’operato di ognuno di questi adducendo come scusa l’immortalità, chiudendoli in bare metalliche.

Quando arrivò la lettera, hai pianto per una settimana. Per una settimana non hai voluto vedermi né parlarmi, per una settimana abbiamo dormito in letti separati.

Il giorno prima della cerimonia, venisti da me e mi dicesti “Forse è troppo tardi per morire”. Io, offeso ancora dal tuo comportamento, risposi “Forse non lo è mai stato”.

Vorrei poterti dire qualcosa, di come ogni mio gesto o parola o atto detti e fatti per ferirti in realtà erano il canto stonato di un fringuello che cercava la propria amata fra sterminati rami di un albero che ricoprono tutto il cielo. Vorrei poterti toccare e baciare per ogni volta che ho rifiutato anche il minimo contatto con te. Vorrei riprendere sulle mie spalle la tua testa piena di pensieri e di sonno, farla riposare e prepararla alle assurde conseguenze di un domani che non abbiamo mai voluto accadesse.

Vorrei, tra il metallo nero e le luci al LED verdi, rosse e gialle, poterti sussurrare – ancora una volta: “Ti amo, scusami”.

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Il lavandino

Sono tre giorni che quella troia non pulisce. Sette anni e già dal primo giorno che non la sopportavo. Quantomeno prima cucinava, lavava in casa e non chiedeva soldi per capricci da femmina. Sono tre giorni che non si fa viva e la cucina è in uno stato pessimo. Un giorno di questi le faccio pentire tutta questa ribellione.

Vorrei tanto capire dove sia finita, e perché in tutto questo subbuglio non vedo altro che sangue e denti nel lavandino. Un giorno di questi le faccio pentire tutto. Tutto.

Qui è ora

Non posso non pensare alle montagne di fronte la mia finestra, illuminate dalle luci della notte, stando seduto in questo luogo; lontano lontano da allora. Questi piccoli fuochi riportano nient’altro che ricordi, cancellati dalla mia assenza.

Una folata di vento, le lucciole si spostano più lontano: scende il buio. Così anche le mie lacrime.

Solitudine

Qualche decennio fa mi capitò fra le mani il diario di viaggio di uno degli ultimi esploratori della superficie di Plutone, prima che il corpo celeste diventasse una miniera e poi un carcere di massima sicurezza. Nell’ultima pagina del resoconto cita una poesia non molto famosa – parafrasando un po’ i versi – di uno dei più influenti scrittori di tutto il Sistema Solare:

“Non vi è tempo neanche per pisciare:
Il freddo pungente trapassa ogni poro
E ogni movimento è sofferenza
Verso la vita e verso la morte.

Solitudine, mia cara compagna,
Anche tu mi hai abbandonato.”

Stando alle cronache, l’esploratore qualche giorno dopo fu fatto a pezzi dai Nativi. Dopo nove anni su quel pianeta, fu il primo contatto con esseri viventi fuori dal pianeta Terra.

Fuga

Non gli rimase altro che provare. L’idea di ritornare in quel luogo così orrendo, lui che ha vissuto nei luoghi più impensabili e in totale libertà, lo fece rabbrividire. Il sudore scese a frotte; le mani tremano. Un circolo vizioso in cui non troverà mai pace.

Tempia. Bocca. Tempia. Fronte. Cuore. Altre cinque volte. Svenne dopo aver finito tutti i colpi. Riprese i sensi ore dopo, svegliato dal calore dei fari puntati su di lui. Non riuscire a morire – alle volte – può essere una dannazione.

Dalla Terra all’Uno

“È con la pietra che erigiamo ogni monumento sul nostro pianeta. Non è forse dalla Terra che tutti noi proveniamo, e alla Terra l’Uno – il Singolo – tornerà dopo la morte?”
La vista dell’ossario sconvolse l’ambasciatore: i raggi verdi del sole riflessi sulla pelle di granito del sovrano colorarono per un attimo il grigio cielo di quella mattina.

Th’ara

Dall’orizzonte scruto anche il più piccolo dei particolari di questo Universo, anche il granello più piccolo dell’anello più invisibile che circonda Saturno. L’unica cosa, la più bella, mia piccola Th’ara, che non riesco a trovare è il tuo sorriso: il corso degli eventi non è. Ma né tu, né io, ne siamo ancora a conoscenza.

p.r.o.t.o.t.i.p.i sono tutti i racconti con cui potevo vincere un Nobel, ma l’ozio mi ha rubato la voglia e pure i cugini. Li propongo così come sono venuti, precocemente e senza ritegno alcuno.

13.0.2.4.13

Concetti irrevocabili attraversano
i limiti di un grigio cielo
da condividere con sé.
La pioggia addestrata a
cancellare le macchie di una storia
sola, penosamente affannata.
Un giusto prezzo si ritaglia
nei silenzi, nelle colpe, della memoria.

Travolge il vento ogni sicurezza,
spezza il tempo ogni circostanza,
nutre il vuoto la più infida paranoia,
tace il giorno nella sua ora più cupa.

Genuflettersi di fronte l’esistenza
e far finta che l’esigenza di questa o
quella fama contestata portino saggiamente
all’eroismo:

Tu
che sai
Tu
che puoi
Non li abbandonare.

L’Attore Sociale – Prologo

Nessuna luce illumina la sala. L’assenza totale di visibilità abbraccia la scena. A stento si percepisce un leggero respiro.

Voi non sapete.

Un faro illumina di colpo il centro del palco e il volto dell’uomo. Calvo, con un paio di baffi bianchi ingialliti dalle innumerevoli sigarette fumate in vita. Esita per un attimo, abituato oramai al buio totale del teatro; si strofina gli occhi, tira in su col naso e riprende a parlare. La sua voce ha un piglio particolare, da speaker radiofonico stanco di dover passare l’ennesimo pezzo da “pietra miliare” quando in realtà è l’ennesima band di ventenni fuoriusciti per miracolo dall’università convinti che per questioni anagrafiche possono ancora portare il mondo alla salvezza con la loro cultura e la loro gioia di vivere (o voglia di morire, dipende dall’ideologia di base) come se nessuno prima di loro fosse stato capace o fosse esistito nell’intero Creato.

Voi non sapete. A esser sinceri non so nemmeno io, altrimenti non starei qui a parlare con voi. Se sapessi, per questa mia natura onnisciente, non starei qui. Quindi presumiamo che sappiamo parzialmente le cose da una parte e dall’altra e continuiamo con lo spettacolo.

Tossisce, si asciuga il sudore sulla fronte con la manica della camicia.

Lo so, non è il migliore degli inizi. Qualcuno potrebbe obiettare <<Ha impiegato quindici anni della sua vita per scrivere questa roba e ora dice di non sapere nulla? Rivoglio indietro i soldi del biglietto!>>. Ma non potete!!! E lo sapete bene: in realtà non sapete altrimenti non sareste qui, e su questo vedo che siamo tutti d’accordo; in secondo luogo, non avete pagato un bel niente per venire qui a teatro oggi. Ma su questo ci torniamo più avanti.

Si avvicina al bordo del palco e si siede, scrutando la platea.

È davvero difficile poter raccontare qualcosa. Ancor più difficile cercare di inventarsela di sana pianta. Ulteriore complicazione è trovare un filo conduttore tale da non annoiare il pubblico ed estrema conseguenza di tutte queste complicazioni e difficoltà è l’assoluta certezza che tutto ciò che vi dirò oggi sarà scomparso dalle vostre menti non appena vi sveglierete domani mattina o poco prima di addormentarvi. Ma io veramente voglio raccontare qualcosa a voi. Raccontare, il poter parlare con qualcuno anche della configurazione delle foglie di tè nella vostra tazza o il modo in cui un cucchiaio vi riporti alla mente il vostro viaggio sul Delta del Nilo, la possibilità di poter condividere e la speranza di riuscire a trasmettere le vostre più strane emozioni in ciò che narrate a chi vi ascolta è l’incredibile strumento che abbiamo per confrontarci, per sapere chi siamo noi e chi sono gli altri. Ma siamo pigri. Pretendiamo che come capiamo noi stessi possiamo capire gli altri e gli altri possano capirci come facciamo noi e viceversa, senza il minimo sforzo dialettico, senza il minimo cenno a un dialogo che possa partire anche dal più semplice e dal più banale “Come va?” o “Serve qualcosa?” o “Tutto bene?”. Siamo pigri perché la nostra pigrizia l’abbiamo acquisita dai nostri genitori, che dopo la guerra – fatta dai loro, di genitori – si son ritrovati a dover rimettere a posto camere da letto grandi quanto Dresda, per poi sedersi sul divano del soggiorno e dire <<Io, per i prossimi mesi, non voglio fare più un cazzo!>>. Io sono qui oggi perché sono artefice, vittima e attore di questa pigrizia. Ne ho pagate le conseguenze in tutta la mia vita e anche voi, in misura maggiore o minore alla mia, lo siete stati. Perché? Perché altrimenti non sareste qui, con me, a condividere la storia di un imbecille come tanti che ha trovato il coraggio di instaurare un rapporto con tutti voi non chiedendovi cosa avete mangiato a colazione o con chi avete scopato prima di tornare a casa dalla vostra famiglia per pranzo ma raccontando come è stato talmente sciocco da rovinarsi la vita. Semplicemente perché non chiedeva. Osservava. <<Tre quarti di percezioni sensibili donati da millenni di evoluzione genetica, culturale e biologica buttati nella spazzatura per ritrovarsi ora qui, seduto su un palco, a raccontare di uno stronzo e di come non fosse in grado di comunicare! E a me cosa può fregarmene di come lui non sappia comunicare?>>.

Si rialza, lamentandosi, girando le spalle alla platea per ritornare al centro del palco e girarsi nuovamente. Inizia a sorridere.

Voi non sapete. Noi, non sappiamo. Anche questa mia parte è un feticcio, un palliativo, ma nella vita reale non sarei capace neanche di respirare di fronte a voi, per umiltà o per superbia. La volete sentire una storia, e poi vi porto tutti al bar di fronte il teatro a prendere qualcosa da bere? Offro io, chiaro. Allora iniziamo, e mentre racconto voglio vedervi tutti in faccia! Voglio ogni singolo sguardo rivolto verso di me! Ogni espressione: sorrisi, disgusti, ammiccamenti con il vicino di posto, palpate sotto banco per distrarsi un attimo. Voglio tutto questo al ritmo spastico che le mie parole scandiranno per questo breve, inutile tempo delle nostre vite. Un attimo in cui potrò raccontarvi di come io sono rimasto solo, per colpa della mia stupida pigrizia; un attimo in cui non mi sentirò più così perché avrò tanti amici come voi che ascolteranno le mie parole e avranno dopo altre parole di conforto, per me e altri in questo luogo. Voglio vedervi tutti, tutti, tutti!!! Accendete tutte le luci!!! ADESSO!!!

Si accendono le luci, che illuminano un teatro completamente vuoto.