“Forse è troppo tardi per morire”

Tutti i litigi, tutti i silenzi; ogni bacio e ogni carezza; i giorni interminabili passati assieme durante la giovinezza; le settimane di isolamento per un lavoro o per un viaggio all’esterno. Tutte queste cose ci hanno sempre riportato al punto di partenza: quando, stanca ormai di camminare, ci sedemmo sulla scalinata della chiesa e poggiasti la tua testa su di me, per riposare. Un bacio, e una vita portata avanti con l’assoluta certezza che neanche un’invasione o una pioggia potessero scalfire le emozioni esplose da quella notte.

Sono passati da allora sessant’anni, tre mesi, dieci giorni, quattro minuti e sedici secondi. Diciassette, diciotto, diciannove, venti…

Il Protocollo di Archiviazione Mentale è un’arma a doppio taglio: preserva le capacità mentali di persone che si sono distinte sul pianeta per innovazioni nel campo scientifico e non, dall’altra annulla tutto l’operato di ognuno di questi adducendo come scusa l’immortalità, chiudendoli in bare metalliche.

Quando arrivò la lettera, hai pianto per una settimana. Per una settimana non hai voluto vedermi né parlarmi, per una settimana abbiamo dormito in letti separati.

Il giorno prima della cerimonia, venisti da me e mi dicesti “Forse è troppo tardi per morire”. Io, offeso ancora dal tuo comportamento, risposi “Forse non lo è mai stato”.

Vorrei poterti dire qualcosa, di come ogni mio gesto o parola o atto detti e fatti per ferirti in realtà erano il canto stonato di un fringuello che cercava la propria amata fra sterminati rami di un albero che ricoprono tutto il cielo. Vorrei poterti toccare e baciare per ogni volta che ho rifiutato anche il minimo contatto con te. Vorrei riprendere sulle mie spalle la tua testa piena di pensieri e di sonno, farla riposare e prepararla alle assurde conseguenze di un domani che non abbiamo mai voluto accadesse.

Vorrei, tra il metallo nero e le luci al LED verdi, rosse e gialle, poterti sussurrare – ancora una volta: “Ti amo, scusami”.

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Qui è ora

Non posso non pensare alle montagne di fronte la mia finestra, illuminate dalle luci della notte, stando seduto in questo luogo; lontano lontano da allora. Questi piccoli fuochi riportano nient’altro che ricordi, cancellati dalla mia assenza.

Una folata di vento, le lucciole si spostano più lontano: scende il buio. Così anche le mie lacrime.

Fuga

Non gli rimase altro che provare. L’idea di ritornare in quel luogo così orrendo, lui che ha vissuto nei luoghi più impensabili e in totale libertà, lo fece rabbrividire. Il sudore scese a frotte; le mani tremano. Un circolo vizioso in cui non troverà mai pace.

Tempia. Bocca. Tempia. Fronte. Cuore. Altre cinque volte. Svenne dopo aver finito tutti i colpi. Riprese i sensi ore dopo, svegliato dal calore dei fari puntati su di lui. Non riuscire a morire – alle volte – può essere una dannazione.

Dalla Terra all’Uno

“È con la pietra che erigiamo ogni monumento sul nostro pianeta. Non è forse dalla Terra che tutti noi proveniamo, e alla Terra l’Uno – il Singolo – tornerà dopo la morte?”
La vista dell’ossario sconvolse l’ambasciatore: i raggi verdi del sole riflessi sulla pelle di granito del sovrano colorarono per un attimo il grigio cielo di quella mattina.

Th’ara

Dall’orizzonte scruto anche il più piccolo dei particolari di questo Universo, anche il granello più piccolo dell’anello più invisibile che circonda Saturno. L’unica cosa, la più bella, mia piccola Th’ara, che non riesco a trovare è il tuo sorriso: il corso degli eventi non è. Ma né tu, né io, ne siamo ancora a conoscenza.

p.r.o.t.o.t.i.p.i sono tutti i racconti con cui potevo vincere un Nobel, ma l’ozio mi ha rubato la voglia e pure i cugini. Li propongo così come sono venuti, precocemente e senza ritegno alcuno.